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L’importanza dei docenti e dello studio all’estero per il proprio futuro

di Team Editoriale   |   M4U   |   16/11/2020
Domenico Campa è Professore Associato di Accounting presso l’International University of Monaco, Pricipato di Monaco. Ha ottenuto un dottorato in Accounting presso l’University College Cork, in Irlanda, una laurea magistrale in Amministrazione, Finanza e Controllo e una laurea triennale in Economia Aziendale dall’Università Bocconi. Le sue aree di ricerca ricoprono auditing, corporate governance, earnings quality e i suoi studi sono pubbicati in diverse riviste accademiche internazionali.
Con lui, tra i primi Mentor entrati a far parte di Mentors4u, abbiamo parlato del ruolo dell'insegnamento e del valore del Mentoring, per i Mentee e per le figure che li supportano.
Domenico, come e quando hai deciso di diventare un nostro Mentor? Ed oggi, come spiegheresti l’esperienza a un tuo collega/conoscente?
Ho deciso di diventare un Mentor di M4U su invito di uno dei fondatori di questa iniziativa, Dimitrios, che è stato un mio collega di università in Bocconi. Non appena mi ha illustrato l’iniziativa a cui volevano dare vita, sono stato orgoglioso di essere stato selezionato come potenziale Mentor e di far parte di questa famiglia sin dall’inizio. Ricordo benissimo che non c’è stato bisogno di pensarci molto per dire sì a questa proposta in quanto avevo tanta voglia di poter dare, o almeno di provare a dare, ai nostri Mentee quel supporto, quella parola di incoraggiamento, quel consiglio, di cui probabilmente anche io avrei avuto bisogno ai miei tempi ma che non ho potuto avere.
Ad un mio collega potrei solo dire che essere un Mentor è qualcosa che ti arricchisce come persona. È un modo per dare un po’ del nostro tempo, un po’ della nostra esperienza, a dei ragazzi molto bravi, molto preparati, molto ambiziosi ma che, come tutti, si scontrano con un’età in cui devono prendere delle decisioni su come indirizzare il loro future personale e professionale e con un mondo abbastanza incerto e molto competitivo. In questo contesto, nella mia personale esperienza da Mentor, i ragazzi hanno bisogno “solo” di una parola di incoraggiamento e di supporto da parte di una persona più grande che ha intrapreso un percorso simile a quello che loro stessi stanno programmando, che possa dargli quello stimolo a far vincere le loro paure e titubanze e render loro consapevoli che con l’impegno, il lavoro, l’etica e il sacrificio, possono arrivare dove vogliono. Non so cosa avrei dato ai tempi dei vari passaggi tra, per esempio, le scuole superiori a l’università, la laurea triennale e quella specialistica, etc. per avere una persona che potesse darmi un consiglio, rispondermi a delle “banali” domande. Conscio di questo bisogno insodisfatto, penso che mettere se stessi a disposizione dei nostri Mentee significhi davvero dare una mano concreta a tanti ragazzi e ragazze che se lo meritano.
 
Spesso ci si focalizza molto su come il Mentoring aiuti i Mentee, mentre aiuta molto anche i Mentor: in che modo e in quali aspetti reputi che le relazioni Mentor-Mentee hai instaurato in questi anni ti abbiano stimolato e migliorato da un punto di vista professionale e personale?
Indubbiamente il rapporto Mentor-Mentee non è un mero rapporto unidirezionale dai primi verso i secondi. Avere una relazione con i Mentee aiuta molto anche noi Mentor ad individuare i loro bisogni, capire le loro problematiche, cogliere similitudini e differenze nelle loro esperienze in confronto con quello che ogni Mentor ha vissuto alla loro età. Per il lavoro che faccio, capire i bisogni e le esigenze dei Mentee è molto importante. Infatti, essendo quotidianamente a contatto con diverse decine di studenti universitari vuol dire essere, in qualche modo, Mentor di tantissimi ragazzi e ragazze. L’esperienza maturata con M4U e le relazioni quotidiane con i miei studenti mi hanno aiutato ancora di più a capire i bisogni e le difficoltà che i ragazzi di oggi devono affrontare, ma anche a vedere che molti di loro hanno un potenziale enorme del quale spesso non si rendono conto e, dunque, a volte tendono a sottovalutarsi. Questo mi ha stimolato a dedicare più tempo a capire i ragazzi e fornire loro un appoggio che possa renderli più sicuri di sé e farli vincere le loro paure nell’affrontare ciò che serve per realizzare i loro sogni e le loro ambizioni.
 
Il tuo percorso dopo la laurea in Bocconi ti ha portato a conseguire un dottorato. Come hai scelto dove frequentarlo? Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo percorso? Avevi già mente che avresti voluto diventare un docente?
Iniziamo dall’ultima parte della domanda. Mi sento di dire che, finora, il periodo universitario sia stata la parte più bella della mia vita. Ho sempre ammirato e stimato i miei docenti per tutto quello che mi hanno insegnato a livello sia tecnico che umano e, da qui, ho sempre sognato un giorno di poter diventare un docente universitario anche io. Il percorso di ingresso nel mondo accademico è però abbastanza tortuoso e pieno di insidie e questo fa un po’ paura. Quando ripenso a quel periodo nel contesto di M4U, ricordo quanto sarebbe stato importante per me avere un Mentor con cui parlare, al quale confidare le mie paure, le mie debolezze e dal quale avere dei consigli e dei punti di vista. Ma purtoppo un sistema del genere non esisteva e cosi, vinto dalla paura, il mio percorso post-laurea inizia con un lavoro aziendale che, seppur interessante, non creava in me gli stimoli giusti per andare al lavoro felice e motivato. Dopo circa 10 mesi, raccolgo le mie forze, metto da parte le paure, mi dimetto da un contratto a tempo indeterminato (i miei genitori e i miei amici mi diedero del matto) e inizio, o meglio riprendo, il mio percorso accademico. Dopo un anno e mezzo in Bocconi come research e teaching assistant decido di fare il dottorato, requisito necessario per l’entrata a pieno titolo nel mondo accademico. La scelta della location del dottorato è stata dettata quiasi esclusivamente dall’importanza e dal bisogno di imparare bene la lingua inglese, un asset ormai imprescindibile nel mondo di oggi. Quindi ho cercato di prendere due piccioni (dottorato e lingua inglese) con una fava. E cosi, dopo varie applications inviate nei due Paesi anglofoni europei – Regno Unito e Irlanda – l’università di Cork, una cittadina nel sud dell’isola di Smeraldo, ha accettato la mia proposta di ricerca offrendomi anche una borsa di studio triennale. L’esperienza irlandese e’ stata magnifica. Ho raggiunto l’obiettivo di avere un dottorato, conoscendo persone magnifiche, culture diverse che mi hanno arricchito anche a livello personale. Se mi guardo indietro oggi, rivedo l’incoscienza di un ragazzo partito da zero che però mi sta permettendo di fare il lavoro che più mi piace. Tutto ciò che sono diventato oggi lo devo al sistema italiano, un unicum rispetto ad altri Paesi europei, e forse anche non-europei, che permette a studenti capaci e vogliosi di studiare nelle migliori università anche se si proviene da famiglie di un ceto socio-economico basso, a Bocconi e ai suoi docenti, che mi hanno dato un bagaglio tecnico enorme e che mi hanno anche formato come persona e come professionista, e all’Irlanda e al mio Ph.D. supervisor, che senza conoscermi mi hanno dato la possibilita’ e il supporto per inseguire i miei obiettivi, senza farmi mai sentire una persona “straniera”.
                                                                                                      
A proposito di studiare all’estero, come avvenuto nel tuo caso: come inserirsi in un contesto universitario fuori dall’Italia quindi in relazione a ciò che implica lezione in lingua, nuovi amici, nuove abitudini e situazioni differente da quelle di ‘’casa nostra’’? Che consiglio dare a chi sta per inteaprendere una tale esperienza?
Inanzitutto diciamo che incoraggerei chiunque avesse la possibilià di intraprendere un’esperienza all’estero, anche attraverso il progetto ERASMUS o utilizzando le relazioni che ogni università ha con istituzioni estere. Vivere all’estero permette una crescita umana e professionale davvero unica. Scoprire nuove culture, modi diversi di fare le cose, visioni e approcci diversi alla vita e al mondo professionale creano un arricchimento del bagaglio culturale incredibile. Certo, bisogna anche essere onesti e mettere in evidenza il fatto che lasciare “casa propria” non è semplice, specialmente all’inizio. Il primo ostacolo da superare è, secondo me, la lingua. Io sono arrivato in Irlanda con una conoscenza molto molto basilare dell’inglese e i miei sforzi iniziali sono stati concentrate su lezioni di inglese in modo da riuscire a comunicare. Molte attività “basilari” tipo chiamare le agenzie per trovare una casa, telefonare per l’attivazione del contratto elettrico, della TV, del cellulare, aprire un conto corrente, richiedere un numero di previdenza sociale, etc. sono cose a cui molti non pensano, ma che invece si devono affrontare già pochi giorni dopo in cui si arriva in un Paese straniero e richiedono anche un certo livello di abilita’ comunicativa. 
Il consiglio che darei a chi va all’estero, specialmente se lo fa per un periodo limitato, è quello di immergersi al 100% nel Paese in cui si va, di cercare di avere amicizie locali, vivere secondo le loro abitudini, adattarsi alla loro cultura, cercare di immedesimarsi quanto più possibile al loro modo di vivere. Molta gente che va all’estero, e purtroppo io sono stato per un periodo uno di questi, cerca di non uscire troppo dalla propria comfort zone e tenda a “vivere da italiani in un Paese estero”. Ciò vuol dire, per esempio, che si tende a creare amicizie e di uscire con persone italiane, si guarda la tv italiana in streaming, si acquistano prodotti italiani, si mangia in ristoranti italiani, etc. Col senno di poi, penso che questo atteggiamento non permetta di vivere in pieno l’esperienza estera, specialmente se si pianifica di stare via solo per pochi mesi. Cercate quanto più possibile di immergervi nella cultura del Paese ospitante, il che non vuole assolutamente dire dimenticarsi delle proprie origini.
 
Da docente, come pensi che gli insegnanti possano impattare positivamente sul futuro dei propri studenti e delle proprie studentesse?
Questa è una domanda importantissima, soprattutto per la professione che ricopro. I docenti sono essenziali per il futuro di studenti e studentesse e dobbiamo essere noi i primi a rendercene conto. Io, grazie anche al mio passato e all’esperienza con M4U, cerco di essere un punto di riferimento per i miei ragazzi oltre che ad insegnarli l’accounting. Questa sorta di “doppio ruolo è fondamentale, dal mio punto di vista, ma richiede anche sforzi addizionali e una sorta di skills “psicologiche” che si acquisiscono col tempo. Io ho la fortuna, nella mia attuale università, di lavorare con gruppi abbastanza limitati di studenti. Ciò facilita una conoscenza reciproca e mi permette di capire la personalità di molti di loro. Questo stimola una sorta di Mentoring a livello individuale con ogni studente (o con la maggior parte di essi) per i quali inizi a capire, per esempio, chi è in difficoltà ma non parla in quanto caratterizzato da una personalità introversa. In questi casi, si cerca pian piano di approciare la persona in maniera graduale, mai troppo invasiva, e cercare di creare un feeling che permetta allo studente di confidarsi in caso di difficoltà. Al contrario, ad altri studenti un po’ troppo “estroversi” si cerca di farli comprendere che il mondo del lavoro richiede sempre un certo livello di professionalitò, compostezza e che l’etica e l’educazione non sono mai caratteristiche che passano di moda. Io penso che, parlando del mio caso di docente universitario, noi dobbiamo lavorare per essere in grado di generare i professionisti del futuro. I professionisti, a mio parere, non sono coloro che hanno solo un bagaglio impressionante di conoscenze rispetto ad una certa materia. Per me i professionisti sono coloro che ad un forte background di conoscenza, affiancano un adequato modo di comportarsi e relazionarsi con colleghi e clienti. Questo vuol dire, per esempio, essere educati, puntuali, comportarsi sempre in maniera etica senza mai farsi corrompere da scorciatoie e arrivismi, dare il meglio di se in ogni occasione, aiutare chiunque si trovi in difficoltà, mettere sempre al primo posto gli interessi collettivi rispetto a quelli individuali. È responsabilità di noi docenti, dunque, a non relazionarci con i nostri studenti solo su argometi didattici durante le lezioni, ma di seguirli, ascoltarli, consigliarli, durante tutto il loro percorso di studi, e anche dopo. La cosa più gratificante del mio lavoro è la stima e il rispetto dei miei studenti, i loro ringraziamenti un volta teminati gli studi, il loro saluto e il loro ricordo quando casualmente li incontro per strada anni dopo la fine dei loro studi. Quando questo accade vuol dire che abbiamo davvero lasciato loro qualcosa, nella speranza di averli fatti diventare dei professionisti bravi tecnicamente ed integri moralmente. Per fare ciò, dobbiamo noi docenti comportarci quotidianamente in maniera etica e professionale, dando lor l’esempio e dimostrandoli che con il lavoro, il sacrificio, l’impegno e l’integrità morale, qualsiasi obiettivo è raggiungibile.