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Le regole d'oro di Anna Gervasoni, Direttrice generale dell’AIFI

di Francesco Canossi e Mattia Tino Mentee | di Mentors4u

Laureatasi nel 1984 e ora professoressa ordinaria alla LIUC-Università Cattaneo dopo un inizio in Bocconi, Anna Gervasoni appartiene ad una delle prime generazioni che ha potuto approcciare il mondo del Private Equity già durante i suoi studi universitari.
 

Direttrice generale dell’AIFI (Associazione Italiana Private Equity, Venture Capital e Private Debt), presenzia in molti CDA italiani e all’inizio del nostro incontro non ha perso tempo per precisare le 3 regole d’oro che ogni azienda deve seguire per non fallire nel contesto: 1. innovare per adeguarsi alle richieste di produzione sostenibile, 2. Internazionalizzarsi, perché pensare locale non è più possibile, e 3. Inserirsi con decisione nel mercato del M&A.
 
In Italia il settore del private equity ha conosciuto negli ultimi anni una fase di intensa crescita. Le imprese sono ormai gestite da manager che conoscono bene le sue possibilità e che usano con decisione i fondi disponibili per acquisire altre aziende e svilupparsi, superando il mantra del “piccolo è bello” in un’economia caratterizzata da un forte dinamismo e da continue disrupzioni come quella moderna.
Anna ha sottolineato come il settore abbia visto, oltre alla presenza dei capitali investiti da parte dei tradizionali investitori istituzionali (come fondi pensioni e assicurazioni), anche quella del risparmio gestito (family office, retail e private banking), che fino qualche anno fa non rientrava nel private equity tradizionalmente riconosciuto ma che sta invece oggigiorno crescendo con grande entusiasmo.
 
Abbiamo poi toccato la situazione italiana, che pur non risaltando ancora a dovere sulla scena europea ed internazionale, sta assistendo a grandi sforzi di valorizzazione da parte, rispettivamente, di aziende molto virtuose e di grandi attori e facilitatori, tra cui principalmente Cassa Depositi e Prestiti (assieme ai suoi fondi dedicati al venture capital) e la stessa AIFI, che hanno promosso, tra i vari, anche la creazione di molti programmi e incubatori dedicati alle eccellenze del paese (Automotive, Foodtech, Healthcare).

L’assenza dei grandi player di tipo corporate è anch’essa una debolezza (seppure in miglioramento) del contesto italiano, laddove invece il contributo di tali aziende sarebbe tanto utile quanto fondamentale per incentivare al meglio i processi di sviluppo e diffusione dell’innovazione, di prodotto e quindi successivamente di business model e mercato; ha tuttavia sottolineato come questa assenza sia in parte apparente, e dovuta ad una scarsa narrativa di storie di successo che invece esistono e vanno premiate.
 
L’ultimo grande tema toccato nel corso della coffee chat è stato il mondo del private equity visto dagli occhi dei giovani candidati che sognano una carriera in tale settore, soprattutto in questo momento così propizio in quanto la “demand” di talento si trova ai massimi registrati nel corso degli ultimi anni.

Secondo Anna non esiste ormai più un profilo solo per il private equity, che ora accetta e valuta con attenzione giovani provenienti da industrie e background accademici diversificati e molto vari, affiancando ai più frequenti studi in economia anche, per esempio, ingegneri e studenti di altre materie. Il CV ideale per un fondo è quello in generale del recente laureato, dotato di un paio d’anni di esperienza e delle relative competenze di base. Tra le aziende di provenienza preferite, compaiono soprattutto la consulenza, sia essa in strategia o nelle cosiddette “Big 4”; parlando invece di skills, la lettura del bilancio è una dote essenziale, insieme al saper dominare la finanza e le conoscenze tecniche del settore, mentre una buona capacità imprenditoriale e l’empatia verso il team possono fare la differenza nel lungo periodo

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